lunedì 18 maggio 2026

Prima che lei stessa salpi...

...vieni a vedere la casa che guarda il mare!
di Claudio Montini

In fondo a Viale Dei Tigli c'è Via Dei Girasoli: vedrai un vecchio pazzo senza un orecchio che li studia e li ammira e li dipinge lottando con la tela e i colori, per farli sembrare più veri del vero o per liberarsi di immaginari demoni interiori, mentre poco più in là uno più giovane si ostina a disegnare come un bambino.
Non ti curar di loro ma guarda e passa: sono soltanto miraggi disposti ad arte per distrarti dalla tua meta e, allora, gira a sinistra e prosegui fino all'incrocio con Via Delle Rose Canine.
Tranquilla: non abbaiano e non mordono, pungono soltanto se le sfiori, come certi ricordi di amori sfumati, consumati in fretta per pura distrazione, senza convinzione.
Mi troverai lì, con le stesse mani stanche di sempre e la fronte imperlata di pensieri per lo più inutili, con un sorriso finto e dolente tipico di chi non ha da perdere altro se non sé medesimo, con la mia ingombrante figura ad aspettare che la mia casa stessa riprenda il mare.
Sin da Pavia si pensa al mare e sin da Alessandria si sente il mare ma, poi, dietro a una curva o fuori da una galleria oppure sopra a un viadotto, ci appare il mare ed è una sorpresa che sgomenta quelli come me che vivono o sono nati in fondo alla campagna, circondati e assediati e lambiti da quello a quadretti di Lombardia seminato a grano e risone, aggrappati come naufraghi sprovveduti a zattere di cemento e asfalto e mattoni cotti in fornace.
Genova, Livorno, Napoli, Sassari o Palermo tanto quanto Milano, Torino, Verona o Ancona oppure Taranto e Brindisi antiche porte d'Oriente, per tacere di Roma e Venezia e Trieste, ai nostri occhi sono galassie lontanissime, mondi irraggiungibili perfino con la fantasia, deserti mitici e lande misteriose in cui svaniremmo senza lasciare tracce, vagando senza meta e morendo senza alcuna parola umana di conforto: del resto, è un dato di fatto che non nascano più samaritani caritatevoli.
Eppure ci vogliamo andare per il gusto di vedere e di tornare con la soddisfazione dei reduci, con la consapevolezza dei semplici e degli umili e degli onesti per cui tutto il mondo è paese, che ogni giorno ha la sua pena, ogni Cristo ha la propria croce da portare ed è giusto che abbia una casa sana in cui riposare per ricominciare a lottare per la propria felicità.
Se non fosse per i tigli e i roseti che danno i nomi alle vie, la mia potresti vederla anche da quel crocicchio, alzando un poco lo sguardo verso l'orizzonte: ma non temere, sarò puntuale!
E chi si perde la tua camminata strana e l'aria smarrita da italiana in gita, decisa a non sprecare neanche un minuto di serenità?
Io no, di sicuro: sono vent'anni che aspetto questo momento e due volte altrettanti erano quelli che avevo quando ho gettato al vento la seconda opportunità di vivere con te!
Non sono mai stato un cuor di leone ma, più spesso, sono risultato essere una testa di legno e di sasso, una faccia di bronzo senza vergogna e non sono cambiato: ho soltanto smussato alcuni angoli ma non proprio tutti.
Tuttavia non ti abbraccerò, stanne certa, né tanto meno ti bacerò come un Giuda qualsiasi: una stretta di mano asciutta e sicura, come amici di vecchia data, liberi forse da vincoli sociali e altrettanto consapevoli di quelli dell'età, sarà più che sufficiente.
Ci tengo al mio osso del collo e un cappio, visibile o meno, non è tra le mie cravatte preferite tanto quanto i collari da guinzaglio: ho già dato e lo benissimo anche tu.
Un giorno mi dicesti che se lo porta dentro chi nasce al mare, che ci torna tutte le volte che può per ricrearsi, per rigenerarsi, per ricostruirsi quand'anche fosse l'ultima occasione della vita: né io né te siamo nati in un posto simile, siamo nati in due città di pianura da cui non lo si vede, lo si può solo immaginare poiché i nostri orizzonti erano colli e monti oppure terra piatta.
Per questo motivo non ti ho creduto allora e nemmeno quando ci separammo, quando profetizzasti che ci saremmo ritrovati, di nuovo, a sessant'anni lasciando libero quel pensiero di fuggire dal cuore e dal recinto dei denti.
Ora che ci sono arrivato, che sono stanco di dimenticare e di dovermi giustificare, che non ne posso più di aspettare tempi migliori, che vorrei sedermi ad aspettare che la candela si consumi, però, da una parte sola, ho trovato questa casa che guarda il mare.
La vedrai, oh, se la vedrai, quando imboccherai Via Dei Tulipani: ha il tetto rosso come il sangue di chi ne ha posato il colmo e come il vino pagato da soli e bevuto per dimenticare ogni malinconia, le mura bianche come il sale delle lacrime e della fatica di coloro che le hanno tirate su e tenute e difese dai tiri mancini del destino, le finestre e le porte verdi come il basilico che profuma ancora queste vie come poche altre cose, mescolandosi ai sentori di salsedine e di farinata.
Ti accompagnerò fino davanti al cancello del giardino e, poi, lascerò lascerò che sia lei a decidere se sei il tempo delle mele, l'era del cinghiale bianco oppure l'età dell'acquario perché, nonostante le mura non possano parlare, sanno bene come farsi capire e come farsi ricordare.
Un sacco di gente è passata di qua, ha visto il mare in burrasca e il cielo in tempesta, ha trovato riparo e conforto, è stata accarezzata dal sole e dalla brezza serale, ha pestato nel mortaio e cucinato per una brigata di amici o di sconosciuti che, alla fine, hanno imparato a cantare tutti insieme le stesse canzoni in tutte le lingue del mondo e poi, grazie al vino, hanno cantato anche in italiano.
C'è niente da rubare, solo da sedersi ed aspettare che il vento oppure il mare comincino a parlare una lingua senza tempo e senza parole, lasciando le risposte affannosamente cercate nelle bottiglie e nelle conchiglie spiaggiate oppure nelle orme cancellate dalla risacca.
Accomodata sopra uno sgabello di roccia, dotato di un cuscino ben imbottito terra grassa e umida al punto giusto, né troppa torba né troppa argilla e la giusta sabbia, questa dimora di mare al momento provvisoriamente e temporaneamente mi ha regalato il silenzio, nonostante il lavorio indefesso di Eolo e Poseidone nel rosicchiare l'arco di crosta terrestre emerso dal Mediterraneo settentrionale, in cui è compreso lo sperone sul quale conto di aggiungere altri anni ai tre volte venti già consumati.
Di quel che c'è, indispensabile e necessario, manca niente e qualcosa di pronto c'è sempre: dunque, vieni quando vuoi e, se avrai fatto tanta strada o sarà scesa la sera, avrai una stanza tutta tua in cui riposare lo scheletro con la polpa tutta intorno e un posto a tavola, senza obbligo né scadenza.
Le cose tra noi sono andate come dovevano andare, indietro non si può tornare senza dimenticare ciò che sappiamo adesso: la vita non è un'equazione lineare, né un romanzo di fantascienza oppure d'amore con tanto di morale o lieto fine come le favole (che, poi, credimi, sono la medesima cosa a leggerli come si deve) e nemmeno un'orecchiabile brano di musica leggera molto popolare.
Che piova, ci sia il sole o tiri vento, il mare e la casa che lo guarda tutti i giorni e tutte le notti, prima e dopo di noi, lo sanno e non ci faranno sconti sulla malinconia: allora, dovremo fare del nostro meglio per cogliere tutto il bello che c'è in ogni minuto, in ogni ora, in ogni giorno che ci verrà concesso tra le mura e la spiaggia.
Se avessi una macchina capace di riavvolgere il tempo, tornerei indietro ma non da noi o dalla prima volta che ci siamo incontrati a una festa campagnola: farei arrotolare il nastro fino al momento in cui non mi trovassi di fronte un ragazzino goffo e sovrappeso ma curioso e inquieto, facile all'entusiasmo per le cose nuove così come preda della disperazione per le cose non avverate o nate malamente e finite storte.
Si tratterebbe di un viaggetto di appena cinquant'anni scarsi, poca roba, giusto per vederlo ancora tutto preso dal sogno di vivere e lavorare sulla Luna, di diventare finalmente astronauta perché la NASA ha iniziato a costruire navi spaziali della sua misura e razzi adatti alla bisogna, però anche capace di accontentarsi di andare in televisione a leggere le notizie del telegiornale, col sogno segreto di presentare un programma a tema astronomico.
Andrei a dirgliene quattro a questo soggetto che mi ha preceduto e mi ha condizionato: sì, gli vorrei proprio spiattellare senza mezzi termini come sarebbe diventato il mediocre fallito che sono io, ora a metà della discesa verso il bivio tra le porte del sole e i confini del mare.
Lo farei soltanto perché, in fondo, gli voglio bene come al figlio o alla figlia che non ho mai avuto il coraggio di pretendere di mettere al mondo, illudendomi che riversando amore su chiunque avessi intorno bastasse a placare l'anima, oltre ad assecondarne aspettative e prerogative.
Sono quasi sicuro, anzi, ne sono certo, che mi ascolterebbe con l'attenzione e il rispetto che un tempo si doveva agli adulti, butterebbe qua e là qualche battuta di spirito o qualche frase ad effetto ma poi se ne infischierebbe seguitando a fare come gli pare, come più gli piace e come gli sembra più giusto ed opportuno per tirare a campare fino al giorno successivo o, almeno, fino a che non mi fossi levato di torno.
Questa casa che guarda il mare, anche quando brontola e si ingrossa che sembra volersi inghiottire tutto, probabilmente è parte di quella macchina e mi piacerebbe che tu fossi qui a smentirla perché sei stata una delle poche persone che hanno visto e scovato e apprezzato quel poco di buono che ho dentro di me, aprendomi gli occhi e il cuore, liberando i pensieri e le parole per volare di nuovo, per sognare nuovi mondi, per immaginare nuove scene per noi e per chi si vuole davvero bene.
Sei stata la cosa più bella e più importante che mi sia accaduta nella vita, anche se non ho potuto gridare al mondo la mia felicità: mi è bastato sapere che c'eri, che mi leggevi, che mi scrivevi e che guardavi lo stesso cielo sotto al quale vivevo e al quale chiedevo di restituirti la medesima felicità.
Sono sceso dalle mie amate montagne e sono tornato al mare, ora che sento più vicino il momento di andare là dove non è dato di tornare: vorrei poterlo fare avendo te negli occhi mentre il sole va a dormire sul filo dell'orizzonte, senza rimpianti soltanto perché mi tieni la mano e mi siedi accanto, nonostante tu debba trascurare per qualche istante chi ti ha reso più felice di me.
Mi piace pensare che questa casa sopra il mare, apparentemente pronta a salpare e riprendere il largo, sia la porta che ogni essere vivente a suo tempo finisce per attraversare: proprio come un vascello fantasma che sa dove andare seguendo una rotta che nessuno ha mai tracciato.
Del resto, la missione degli artisti è quella di rendere visibile l'impossibile, di dare corpo e voce ai sogni e alle ombre vestendoli di luce, di mettere in scena tutto ciò nella commedia che ogni giorno si recita a soggetto, parlando a braccio, improvvisando e adattandosi a raggiungere uno scopo.
Ho fatto questo per tutta la vita, per accettarla così com'è, per renderla più digeribile: non so fare altro che sognarci sopra e ridere il giusto, né poco né troppo, dei miei guai.
Seguiterò a farlo finché io e la casa non molleremo gli ormeggi e seguiremo l'abbrivio della deriva: se mai passassi di qua con un fazzoletto di lino candido, adatto per salutare e non per asciugare lacrime, ti divertirai, ne varrà la pena e non te ne pentirai mai.

©2026 Testo di Claudio Montini
©2017 Immagine di Orazio Nullo "How deep is the sea?" - Atelier Des Pixels collection

venerdì 8 maggio 2026

Anteprima dalla Bottega del Parolaio...

 Più in fretta della gioventù

di Claudio Montini

O santa fantasia aiutaci a sognare!
Non lasciare che ci rubino i pensieri,
che ci impongano mode e ambizioni,
che ci ubriachino, di nuovo, di bugie.
O beata gioventù bruciata col tabacco,
annegata in un bicchiere da Bacco,
mentre in uno spasmo di piacere o di dolore
Venere soffiava via tutta la cenere,
non tornare mai più e rimani dove sei:
questo non è uno spettacolo per te.
Siamo obbligati a ricominciare
dai lividi , dalle remore e dai rimpianti,
come spettatori di cantieri e macerie.
Teatri, vie e piazze, vicoli e palazzi
dove abbiamo consumato suole e fiato,
sono alle nostre spalle ma senza di noi:
aspettano la fine di ogni giorno
come la fine di una pena accessoria.

La geografia dell'anima non è del tutto tanto complicata oppure opaca o ancora imperscrutabile, aleatoria, volatile così come dalla notte dei tempi vorrebbero farci credere.
Se hai una manciata di materia grigia dietro agli occhi e tra gli orecchi, te ne rendi subito conto: altrimenti ci metti soltanto poco tempo in più ma ci arrivi comunque.
Infatti, l'anima la trovi proprio lì, tra la punta del cuore e la bocca dello stomaco: non hai affatto bisogno di pensare che si sia nascosta chissà dove.
La fortuna, invece, no: è esattamente là, in fondo alla schiena, col suo nome breve ma gretto, due consonanti e due vocali indispensabili anche ad altre faccende che fanno inorridire schizzinosi e benpensanti, sebbene questi siano loro debitori per le rispettive buone sorti.
La memoria vaga nei labirinti, nei cassetti, negli angoli e negli scaffali della scatola cranica ammucchiandosi alla rinfusa oppure svanendo per inerzia o per malattia.
Lascia perdere il fegato: da lì non caverai una goccia di coraggio, mentre il piacere, che non si può dire senza arrossire, proromperà sbocciando una spanna sotto alla cintura ogni volta che la pelle ne sfiorerà dell'altra.
Sarà una stagione brevissima e intensa che riempirà di ricordi e di pentimenti, di rimorsi e ripensamenti, di progetti strampalati e di fallimenti la storia della tua vita.
Questa è la geografia della tua anima, quella che stai andando a disegnare, quella che stai costruendo istante per istante, quella che stai allenando ad accettare che tutto il resto non è noia, ma neppure soltanto gioia da succhiare, da condividere da accantonare per tempi duri di là da venire.
Ad ogni passo di questo ballo verticale, c'è sangue da perdere o da sputare, sudore o lacrime da grondare, fatica e fame e paura da morire per poter dire, anche un giorno soltanto, d'avercela fatta o d'aver vinto o risolto una questione spinosa come se fosse l'ultima cosa da fare prima di arrendersi, prima di cedere il passo ad altri essendo giunto il tempo di prendere congedo da questo universo tridimensionale.
Qualunque cosa tu pensi di fare, comincia.
Qualunque sogno tu riesca a immaginare, comincia.
L'audacia di pensare, immaginare, sognare reca in sé genialità e magia e forza.
Dunque, comincia ora e senza porre tempo in mezzo: i sogni, si sa, svaniscono all'alba più in fretta della gioventù.

©2026 Testi, in prosa e poesia, di Claudio Montini - diritti riservati all'autore 
©2021 Immagine di Orazio Nullo per Atelier Des Pixels "Tourists facilities"

venerdì 24 aprile 2026

Dalla Bottega del Parolaio, sebbene sia ancora in gestazione...

La faccia nascosta della Luna 
(Inedito e provvisorio)
di Claudio Montini 

Asserragliato, come al solito, nel suo ufficio tappezzato di schermi televisivi e monitor in perenne elaborazione di dati, sprofondato nella poltrona a schienale alto e imbottito del torcibudella di sua invenzione, Il Ranchero Pelato guardò ancora una volta la foto di Bandana Yamamoto domandando a sé stesso chi diavolo mai potesse essere o che cosa l'avesse portata a incrociare la sua rotta.
Le indagini di Fred De Lamalura, il suo maggiordomo e non solo, avevano prodotto solo poche linee di dati alfanumerici, scarni quanto mai e altrettanto contraddittori: la sua conclusione fu che si sarebbe dovuti tornare a consultare gli archivi delle Isole Asiatiche, le uniche ancora efficienti in quel settore, per confrontare poi le informazioni con le impronte genetiche conservate nel Distretto Antartico, a sua volta, il solo a detenere una banca dati e relative sementi vegetali e biologiche di ogni tessuto organico vissuto prima del conflitto atomico, dunque, non contaminato da radionuclidi di alcun genere.
Per un'androide, quella era sicuramente la soluzione migliore, la più logica, quella con la maggiore probabilità di successo: invece, per uno col suo passato da dimenticare e con la moltitudine di gente pugnalata alle spalle per salvarsi la pelle, era un'opzione da scartare a priori poiché non era escluso che ci fosse da tempo qualcuno con il contratto in tasca per la sua eliminazione.
Del resto il Comitato per la Pace in Terra, che intendeva spartirsi il pianeta ancora prima che il primo missile intercontinentale si schiantasse nel deserto tra Pechino e Mosca, aveva lautamente retribuito gli elenchi e le relative schede di tutti i suoi compagni di merende, emiri e malavitosi di ogni risma e specie che aveva redatto di suo pugno e consegnato in comodi supporti elettronici, così che non faticassero troppo a pianificare la sistematica eliminazione della feccia mondiale per sostituirla con elementi graditi e obbedienti a ciascuno dei mebri del Comitato stesso.
Con i “trenta denari” moltiplicati da un fattore dieci elevato alla nona potenza, non tutti in pezzi d'oro o crediti o dollari ma consistenti anche in mezzi e materiali e tecnologia di alta qualità, per lo più segreta o non di pubblico dominio, aveva fondato il primo nucleo di Silvabella Selenita e dato il via alla produzione industriale di cloni animali e umani a ciclo continuo e a ciclo chiuso, ovvero gli scarti e gli errori di produzione venivano riutilizzati come fonte di molecole o elementi di base per la produzione oppure come combustibile al pari di tutti gli altri rifiuti.
Sulla Luna era tutto meno complicato, un po' per via della bassa gravità e un po' per via del fatto per cui la burocrazia e gli scrupoli rimanevano sulla rampa di lancio del pianeta Terra: tuttavia, i bisogni delle unità a carbonio erano sempre gli stessi, oltre al fatto di respirare una miscela gassosa di azoto e ossigeno non eccessivamente priva di vapore acqueo.
Tra queste impellenti necessità, vi era la disponibilità di pezzi di ricambio e di unità di rimpiazzo nel caso in cui non si potessero riparare le unità stesse: addirittura, si poteva ordinarle su misura e fortemente personalizzate, dotate di caratteristiche peculiari a richiesta sebbene si allungassero i tempi di produzione e la durata non fosse uniformemente prevedibile.
I cinesi, che avevano impiantato le proprie basi permanenti con largo anticipo, avevano superato brillantemente ogni tipo di inconveniente, in tale ambito, escogitando soluzioni che, da buoni vicini, non avevano mancato di condividere: si sa che una mano lava l'altra e tutte e due insieme lavano la faccia: del resto, l'inquietante suggestione che i cinesi sembrano tutti uguali, lavorano sempre e non muoiono mai sembrava essere valida anche nello spazio interplanetario.
Infatti, la passione per i palmipedi e altri animali da cortile del Ranchero Pelato, relativamente facili da clonare e allevare e macellare, aveva risolto il loro annoso problema di rifornire con proteine fresche le squadre che si alternavano nelle stazioni orbitali e negli impianti appena al di sotto della superficie del satellite naturale terrestre, in prima battuta: successivamente, la collaborazione si spostò sul versante del materiale biologico umano e sul prodotto finito, in modo tale che venissero addestrati all'allunaggio e inviati soltanto un numero ristretto di funzionari e dirigenti.
I danni dell'era industriale petrolchimica e radiologica erano di là dall'essere sanati e, meno che mai, risolti innescando una evoluzione negativa del pianeta più ricco d'acqua e di biodiversità del sistema solare: il tasso di natalità era rapidamente sceso come le risorse di supporto alla vita disponibili per ogni singolo individuo, quella che si definiva un tempo come “Madre Natura” presentava il conto ai propri recalcitranti inquilini, intenti a scavare ben oltre il fondo del barile, mentre quel che restava salvabile e godibile e spendibile era appannaggio del monopolio esclusivo del Comitato per la Pace in Terra che, a dispetto del nome, si dava un gran da fare a stabilire dove fosse più conveniente fare la guerra e quanto potesse essere redditizio.
Insomma, deportazioni di massa e rapimenti mirati erano un lusso che nessuno poteva permettersi: del resto, era perfettamente chiaro a tutti i soggetti coinvolti che nel giro di tre generazioni, come recitava un antichissimo adagio, la festa sarebbe finita per il genere umano.
Infatti nelle cose umane, indipendentemente dalle ere geologiche, la prima è quella che costruisce mentre la seconda generazione gode e prospera sui e coi beni della precedente: la terza è quella che manda tutto in malora e chiude la baracca mangiandosi anche i burattini, quando non li brucia.

©2026 Testo di Claudio Montini (in divenire...)
©2019 Immagine di Orazio Nullo "A glance to a black hole" - Atelier Des Pixels collection

sabato 4 aprile 2026

Buona Pasqua 2026 (nonostante tutto...!)

 

 La promessa
di Claudio Montini



E' carso e dolina,
è orrido e forra,
è foiba nascosta
nelle pieghe della storia,
è un pozzo abbandonato
dove la luna non si specchia,
la ferita della terra
che inghiotte il sogno,
di lacrime e sangue,
di carezze e sospiri,
di risate gratuite
e svolte fortuite.
Il custode cui l'ho restituita
mi disse che era già tutto scritto,
era solo una parte da recitare
nel modo più naturale,
per tornare ad essere
ciò che ero e sono e sarò
dall'inizio alla fine del tempo,
quando lo spazio cesserà
d'aver senso e materia.
Ma avevo fatto una promessa
in cambio di una memoria
sempre viva e accesa
come le lampade delle vergini
che aspettano lo sposo,
ignorando il giorno e l'ora,
con la sola certezza che con lui
saranno ammesse al cospetto
del principio e l'origine
delle cose visibili e invisibili.
Sposterò quella pietra
quando avrò smesso di sanguinare,
lascerò il telo a testimoniare,
camminerò nei loro sandali,
spezzerò il pane e berrò il vino
affinchè smettano di dubitare,
non si stanchino di raccontare
l'eterna storia d'amore
tra il creato e il suo creatore.

©2018 Testo di Claudio Montini
©2020 Immagine di Orazio Nullo

sabato 14 marzo 2026

Capolinea: si scende! - Notturno, seconda stagione: puntata n.25

Dialogo notturno in un mondo di ladri

di Claudio Montini


- Hai sempre incassato, raccolto, ricevuto tiri mancini e colpi di fortuna da destra e da manca, da sopra e da sotto, facendo buon viso a cattivo gioco, senza protestare.
- L'ho fatto per dovere, per educazione, per evitare rimproveri o sanzioni: mi hanno insegnato a non essere egoista, ad accontentarmi di quel che passa il convento, ad a cavarmi d'impaccio da solo.
Fin dai tempi della scuola, almeno fino alle soglie dell'università: lì sono esplose, tutte insieme, le mie contraddizioni, le mie lacune e le mie insicurezze congenite mandando in frantumi il ritratto che gli altri avevano di me.
E non mi hanno fatto sconti, di alcun genere, anche se non me lo hanno mai detto in faccia ma nemmeno si sono offerti di aiutarmi a rimettere insieme i cocci.
Ho dovuto pensarci da solo, collezionando una sbalorditiva catena di scelte sbagliate perché, se c'è una cosa che mi riesce davvero bene trovandomi di fronte a un bivio, mi incammino per la strada sbagliata o imbocco quella più lunga e più dura, lontanissima dalle mie potenzialità.
Mi è accaduto anche con le persone, inseguendo libellule in un prato tutte le volte che credevo di avere rotto col passato: mi sono nascosto, soprattutto da me stesso, ho accettato offerte al ribasso convinto di avere la forza di cambiare lo stato delle cose, di liberarmi da certe zavorre e risalire in un secondo momento dimostrando il mio, presunto, vero valore.
Avevo ancora fiducia nel domani: ora, mi volto e vedo che dietro alle mie spalle ci sono solo macerie, sogni abbattuti e fogli sparsi come coriandoli da raccogliere e mandare in discarica, come in quell'estate dell'esame di maturità, inascoltato campanello d'allarme...
- Sono passati più di quarant'anni da quei giorni: che cosa hai fatto in tutto questo tempo?
- Ho aspettato che passassero, uno per uno, stagione dopo stagione, per poterli rimpiangere con e senza rancore finché la memoria non si fosse consumata.
Non ho più sogni di gloria e, da parecchio, ho smarrito anche quelli di sesso.
- Non siamo più i ragazzi di allora...
- Alibi debole e inconsistente: non reggerebbe nemmeno al cinema!
Mi sono arreso, sono stanco, vado alla deriva e aspetto, ogni giorno, l'onda capace di capovolgere il mio inutile guscio di noce per dissolvermi nel mare: sempre meglio che diventare un filo di fumo nel vento, dopo tutto?
- La vita invece è più larga e più grande di noi ed è andata avanti verso il futuro, senza fermarsi su alcuna cosa: è passata oltre e non ci avrebbe aspettato se non fossimo cambiati, se non ci fossimo adattati, se non ci fossimo impegnati ciascuno a modo suo.
Non lo ha mai fatto, lo sai benissimo: dunque, è inutile piangere sul latte versato...
- Infatti: si apre il frigorifero e se ne mette a bollire dell'altro, non prima di avere ripulito le tracce del misfatto, dell'incidente, dell'inconveniente avendo cura di chiudere gli occhi e la bocca alla curiosità maligna della gente.
- Nessuna persona è un'isola, né si salva da sola: perché non hai chiesto aiuto?
- Te l'ho già detto: nessuno si è mai fatto avanti, nessuno si è mai fatto domande, nessuno si è mai ricordato di me se non quando si è trovato in difficoltà a sbarazzarsi di una seccatura.
Sembravano tutti quanti affaccendati e stressati da mille altri problemi: o era vero oppure recitavano benissimo e, nel dubbio, ho seguitato a farmi gli affari miei...
Complicandoli e peggiorandoli sempre di più, sebbene a volte mi illudessi di avere trovato la soluzione quasi per caso.
Del resto, che io facessi bene o facessi male, giammai è importato qualcosa a qualcuno: era tutta ordinaria amministrazione, parte del mio dovere, nulla di eccezionale...
Affinché non mi montassi la testa, dicevano, per il mio bene, dicevano, perché studiare è il tuo mestiere ma, quando lavorerai e ti farai pagare, allora potrai anche “parlare”...
Mi avessero, almeno, lasciato in pace se davvero non gli riusciva di essermi d'aiuto o di supporto: mi hanno sempre dato per sconfitto e fallito ancora prima di iniziare!
Non è certo il miglior viatico per uno insicuro di natura e, per giunta, facile tanto agli entusiasmi quanto disperato e poco lucido nelle delusioni.
Forse non sono maturato abbastanza, forse sono troppo permaloso, forse sono davvero un mediocre che coltiva sogni e illusioni per consolarsi, per crogiolarsi nella propria ignavia, per rotolarsi nella propria inutile melma raccogliendo briciole di sogni qua e là.
Ma sei ancora lì? Non sento più alcun rumore di fondo: sei ancora in linea?
Ecco, lo sapevo che sarebbe accaduto: ho stancato anche me stesso.
Parlare da soli serve a nulla ma è anche peggio scrivere a sé stessi: è come ostinarsi ad essere onesti in un mondo di ladri.

©2026 Testo di Claudio Montini
©2015 Immagine di Augusta Belloni
 

domenica 22 febbraio 2026

Il coraggio nella paura: nuovo singolo di Andrea Stefanet (2026) - fonte youtube.com

https://youtu.be/nwJ0L9RrNEY 

Il coraggio nella paura
(2026  di Andrea Stefanet, musica e parole)

Quando musica e parole si compenetrano le une nell'altra, viaggiando sulle sinusoidi della medesima onda, a trarne giovamento è il cuore, l'anima , la mente di chi ascolta lasciando che il messaggio e l'energia connessa ad esso demoliscano i pregiudizi, le sovrastrutture, gli echi del già visto e del già detto. La maturità non è uno stato da certificare con un esame o una prova, lieve o dolorosa che sia: è una condizione che si raggiunge con l'applicazione dei propri istinti, delle proprie passioni, delle proprie inclinazioni artistiche o squisitamente umane. " Il coraggio nella paura" è il frutto maturo di un percorso che ci riserverà altre piacevoli sorprese ma, prima di tutto e a mio parere del tutto personale, è un brano che non deve mancare nella vostra play list quotidiana perché parla alla vostra anima, a quella materia oscura pronta a grandi e splendenti cose, a quella forza che non sapete di possedere. Andrea Stefanet scrive e canta canzoni grazie a un gruppo di amici che hanno visto in lui e, forse anche prima di lui, quanta bella stoffa ci sia dentro quest'uomo che ride, che sogna, che vola e sa farci volare con la musica. Una bella sorpresa, elegante, ottimamente arrangiata, meravigliosamente pensata e scritta prima che la "rumenta" sanremese ci turi le orecchie e ci nausei il cuore. Evviva!

©2026 testo recensione di Claudio Montini immagine di Orazio Nullo ("The key" - 2021) ©2026 musica e parole di Andrea Stefanet (disponibile su youtube.com)

giovedì 12 febbraio 2026

Nuovo prodotto dalla bottega del parolaio

Claudio Montini
Sentieri d'alta quota in un giardino magico

Independently published 2026

di Claudio Montini

Disponibile su amazon.it in elettronico e in cartaceo (352 pagine), è il "lavoro" più corposo mai prodotto finora dall'autore.
Infatti, si compone di quattro romanzi brevi accomunati dallo scenario in cui si svolgono le vicende umane, perciò sentimentali ed esistenziali al tempo stesso, di uomini e donne in cerca di felicità e benessere oltre al senso di questa vita, senza temere affatto il transito nell'altra, consapevoli che quella sarà tutta un'altra storia: in altre parole, si tratta di quattro storie di amore e di amicizia ambientate in montagna (includendo nel termine, a beneficio dei pignoli, anche l'alta collina ovvero dai seicento sul livello del mare a salire), in epoche storiche che vanno dal XVI/XVII secolo agli esordi del XXI non senza ampi scorci del cosiddetto "secolo breve" ovverosia il Ventesimo.

[...] Nelle valli come sulle cime e, comunque, in ogni porzione della superficie di questo pianeta ci vogliono entrambe le cose per vivere, o al limite, sopravvivere poiché comandano Madre Terra e la Natura sua figlia: pazienza e fortuna. 
Non c'è spazio per millantatori, gradassi e mistificatori poiché esse sanno smascherarli mettendoli alla prova. 
Ognuno ha il suo posto e il suo scopo nel cerchio della vita che si svolge e gira e si chiude sempre nel medesimo modo, tanto in montagna quanto in pianura o al mare. 
Come questi ultimi, essa non è mai ferma o quieta o immobile: però, diversamente da loro, alla vita che chiede il permesso di fermarsi, di sostare, di fare attecchire radici, di passare oltre anche a sé stessa, la montagna non dice mai di no esigendo soltanto rispetto per i limiti e i vincoli legati alla sua peculiare struttura e morfologia. 
Dopo tutto, non siamo singoli atomi dispersi bensì siamo anelli di una catena o denti di una ruota in un piccolo ingranaggio che trasmette e produce, incessantemente, una quantità di moto comunque indispensabile al corretto funzionamento di un meccanismo assai più grande e complesso. [...]

A volte restano delle domande senza risposta, del dolore che si ritiene gratuito o non meritato, il bisogno di fare un bilancio della propria esistenza lontano da tutto e da tutti: allora, quale posto migliore per interrogare Colui Che Lassù Risiede ed è Onnipotente, circa tutte quelle cose che la filosofia non riesce a comprendere, se non salire sulla montagna e bussare al cielo? 
La risposta al quesito potreste trovarla anche in un giardino magico da portare in tasca, proprio come questo, secondo la definizione che data dei libri dalla saggezza popolare cinese. 
Oppure intorno a voi, negli amici e negli amori in cui avrete seminato un buon ricordo: a tempo debito, l'affetto speso vi sarà rimborsato per intero, il transito sarà dolce e senza traumi ma in buona compagnia. 
Del resto da una cima si può soltanto scendere oppure andare oltre le stelle: ma quello è tutto un altro mondo...  In ogni caso, buona lettura a tutti.

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©2025 Immagine di copertina di Valeria Ducler ("Sentiero") e grafica di Orazio Nullo