di Claudio Montini
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Una città non è un teatro ma un palcoscenico senza platea né
loggioni o gradinate: gli attori sono gli spettatori e viceversa,
ridotti o condannati a ripetere il medesimo copione, tra l'altro
uguale in tutte le epoche e a tutte le latitudini, convinti di fare
la differenza.
Pavia né sfugge né si sottrae a questa prova, questa condizione,
questa surreale fattispecie senza essere del tutto convinta: si
presta pensando che, in fondo, tutto scorre e passa via come l'acqua
del Ticino che le ha dato i natali, che la sfiora e a cui lei ha
voltato le spalle.
Il vero protagonista di questi tre romanzi brevi più un racconto che li
precede è il ricordo o la memoria a brandelli, a briciole, a scaglie
impastate e amalgamate con i desideri, le ambizioni, i sogni di una
città che non è mai esistita se non sopra una carta topografica e
nella fantasia di chi l'ha attraversata.
In quello spazio poco aderente alla realtà, tuttavia riscontrabile
dal vero con una passeggiata, sbocciano personaggi del tutto fittizi
tranne che per quel che concerne le loro emozioni, il loro vissuto, i
loro sogni di felicità e benessere quanto le critiche al sistema e
alla apparente immobilità del quieto vivere.
Invece, scrivere o narrare o raccontare, ostinandosi a ricordare le
promesse mancate o le cose non avverate, è un modo come un altro per
gettare due sassi in uno stagno e vedere le rane o i rospi saltare
incontro alle onde, restando ben nascosti o seduti sulle sue sponde.
Genitori e figli, giovani e vecchi hanno in mente di raggiungere il
medesimo traguardo: andare via e tornare vincitori sazi prima
dell'ultimo chilometro, dell'ultimo giro di lancette, dell'ultimo
respiro dimenticando che non serve correre: basta arrivare in tempo
perché, Pavia lo sa bene e da tempo, fare e disfare è tutto un
lavorare.
©2026
Testo di Claudio Montini
©2026 Immagine di Orazio Nullo
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